Amo questo grandissimo artista. Ricordo che a 15 anni, quando il mio insegnante di batteria, il primo e unico maestro da cui abbia preso lezioni di tecnica e teoria, mi chiese cosa ascoltassi, io risposi nominando un’accozzaglia di roba. Nominai alcuni mostri del punk – corrente musicale che ben si innesta nella vita di un adolescente –, altre band un po’ più pop e che io allora reputavo fortissime, qualche nome storico del post-punk, della new-wave, dell’hard-rock e poi infine Jeff Buckley.

Badate bene che quando nominai le altre band, eccitato per la risposta da dover dare al mio maestro, utilizzavo nominando il genere a cui facessero riferimento i vari artisti, un po’ come dire: “Ehi, ascolto tutto eh!”, ma quando nominai Jeff non ci fu alcun preambolo, nessun incipit. Dissi solo “… e Jeff Buckley”. In effetti chi può identificare la musica di Jeff? Chi può azzardare così tanto da mettergli addosso un’etichetta? Nemmeno il più grande degli scaffalisti mondiali potrebbe affibbiargli un genere a cui poter fare riferimento per aiutare la clientela all’interno di un negozio.

È l’immensità di un artista che nasce e si consuma all’interno della ristrettissima, ed estremamente importante, considerazione che si può avere di lui. Jeff Buckley non va cercato nelle parole degli altri, nelle recensioni, in ciò che era il padre – il grande Tim –. È l’elemento chimico completo. Non ha bisogno di nulla. Quando ascoltai Jeff Buckley e lo dissi al mio insegnante mi pavoneggiai un po’ pensando di avergli sparato sicuramente un nome portentoso, non un nome da classica “benduccia” americana che alletta il giovincello di turno. Ricordo anche che lo sguardo del mio insegnante fu stupito.

Forse non se l’aspettava ma benché io ero anche in preda al desiderio di conoscenza, reputavo ogni mia scoperta come unica. È un po’ come quando ascolti per la prima volta “The Dark Side of The Moon” e lo dici al più grande ascoltatore di Pink Floyd che conosci: “Ehi, amico! È veramente grande quel disco”. Ricevi come risposta uno sguardo stranito ed anche un po’ scostante. Chi scopre una cosa bella è come se l’avesse vista lui per la prima volta. È una cosa molto naturale. Il mio insegnante non fu scostante ma stupito sì. Jeff Buckley non ha sicuramente la stessa fama dei Pink Floyd e benché la sua discografia sia molto limitata se ne conoscono comunque poche di canzoni.

Forse a sedici anni non potei comprenderlo come quando lo riascoltai a venti anni o a venticinque anni. La prima volta infatti lo scoprì tramite la sua cover di Hallelujah di Leonard Cohen. Ascoltando gli altri brani del suo album “Grace”, a mio avviso uno dei più belli della storia della musica, si innestava dentro il mio cervello un piacere netto, diretto, quasi lapalissiano. Riuscivo a farne i conti però in un modo un po’ distaccato. La grandezza e bellezza della voce di Jeff, gli arrangiamenti, i testi delle canzoni avevano bisogno di una scalata verso l’alto che io ancora, a quell’età, non potevo permettermi. Riuscivo comunque a rifugiarmi di tanto in tanto nelle sue canzoni, senza che riuscissi ancora ad ascoltare il suo album per intero.

Questo avvenne solo qualche anno dopo. Ci fu un periodo in cui era come se vedessi la mia vita da fuori ed io ne fossi un inerme spettatore. Tutto era ovattato e, usando un’altra figura retorica, era come se mi trovassi nell’anticamera tra una sala di registrazione e la sala regia in uno studio di produzione musicale. Riuscivo a sentire ma tutto era falsato, distante, poco definito. Fu in quel periodo che rispolverai “Grace” di Jeff Buckley e la sua potenza, il modo suo di cantare i sentimenti come la sofferenza, l’amore, il distacco, l’abbandono, mi riappacificava con le cose. La sua voce era uno strumento ma non nel modo in cui potremmo pensare adesso. Si può pensare ad una voce-strumento quando la arricchisci di effetti, suoni, distorsioni. La voce di Jeff era una voce strumento in una concezione più elevata. I suoi vocalizzi, i suoi fraseggi, i suoi cambi di ottave, come a dondolarsi su un’altalena, facevano sì che le chitarre dei suoi pezzi, insieme a tutte le parti strumentali, non fossero altro che una proiezione diversificata del suo cantato. “Grace” è una pietra miliare della musica. Ha bisogno di orecchio, attenzione, per essere pienamente recepito. Ma è anche un album che può essere ascoltato in auto. Le sue storie sono racconti intimi di sentimenti comuni e questo permette alle sue canzoni di mostrarsi nel modo a voi più congeniale. Ma adesso devo fare un bel salto indietro e tornare ad inizio pezzo. Sì, vi ho accennato dell’album di inediti di Jeff Buckley e del fatto che avrei voluto parlarvi di questo, prevalentemente, e comunque sia lo farò.

Prima di iniziare ad ascoltarlo avevo paura, molta. Un po’ come quando ascoltai le registrazioni inedite di Kurt Cobain. Rileggetevi l’articolo se volete sapere cosa ne pensassi. Vi basti pensare che c’era la stessa paura ma, se devo essere sincero, ho tremato meno in questo caso. Non perché reputi Jeff minore di Kurt ma perché, forse fortunatamente, l’aura che gira attorno ad uno dei più grandi cantautori mondiali annegato all’età di ventisette anni in uno degli affluenti del Mississipi in circostanze mai chiarite del tutto, non è così piena di responsabilità. Poche t-shirt con il suo viso, pochi fanatici, non è stato portatore sano di una corrente musicale generazionale, insomma, molto poco rumore. Certo, potrebbe esserci sempre un fine economico dietro la pubblicazione di un album che racchiude pezzi inediti registrati alla meno peggio insieme a qualche cover, ma in questo preciso caso credo che si volesse davvero commemorare il ventennale della sua scomparsa. Critico sempre questo genere di attività discografiche, sia che ami l’artista, le band, sia che non li ami. Ma in questo caso ho pensato che forse sarei dovuto essere meno critico. Lamentandomi appunto per questo genere di attività, ne dimentico la loro utilità.

“You and I” è un disco di ottima qualità

Le registrazioni sono di ottima fattura e il fatto che siano avvenute negli studi della Sony – e non a casa con un rudimentale registratore come per Kurt Cobain – deve far credere che forse un piccolo fine discografico dovessero averlo. Il che mi salva dal dovermi rispondere alla domanda se Jeff sarebbe stato più o meno d’accordo con questa iniziativa. Il motivo tuttavia per cui in questo caso mi sento di essere meno critico nei confronti di questo ascolto è che per apprezzare queste registrazioni devi conoscere Jeff e per conoscerlo devi prima affrontare l’arduo compito di farti scorrere nelle vene la straziante, seppur limpida, potenza della sua voce e della sua anima. In “You and I” c’è del vero materiale e la sua spesso presente parzialità d’arrangiamento rende il tutto ancora più interessante. Una sorta di deterrente contro i fanatici o contro l’inflazione di un artista che porta questo a diventare un pupazzo da marionetta.

Era qui che volevo arrivare e da amante di Jeff non potevo non seguire il percorso che credo lui voglia suggerire a chiunque voglia intraprenderne la conoscenza. Ho cercato in tutti i modi di non parlare di “Grace” e spero solo che, rileggendo questo pezzo, non mi accorga di averne parlato tanto perché sarebbe sempre troppo poco. Chi condivide con me l’amore per Jeff non può farsi sfuggire “You and I”. Chi non lo condivide continui a lasciarlo a noi comuni mortali. Ci preoccuperemo, con la sua musica, di vivere in eterno.